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Ritratto di rachelestuder_13959

Rachele Studer

Mi chiamo Rachele Studer, sono un’Attrice. Da oltre dieci anni lavoro come modella nella Roma Segreta degli Atelier, luoghi dove pittori (principianti e non) si riuniscono per dipingere insieme un soggetto dal vivo. Il mio rapporto con la pittura nasce nell’infanzia (e ammetto che dipingo ancora come allora, non avendo mai studiato questa disciplina). Mio padre, ex blues-man (se si smette di esserlo), mi insegna molto presto a suonare la chitarra (non sono mai diventata una virtuosa come lui) e a cantare. A undici anni il Circo mi porta per la prima volta in scena, o meglio in strada. Io e la mia migliore amica (due tipette, una bionda e una mora, che indossano giacche di pelle anni 70 -io rossa e lei verde bottiglia) ci esibiamo in coppia in numeri di giocoleria, clownerie e alcune piccole spettacolarità di acrobatica a terra e aerea. In una mia infantile età dell’oro comincio, così, a studiare teatro, musica (in particolare il violino), canto e danza jazz. A quattordici anni debutto in Teatro interpretando Fagin nel musical Oliver Twist di Lionel Bart (in confronto a quelli di dieci, chi di noi era quattordicenne aveva senz’altro il physique du rôle per interpretare gli adulti!) Il liceo classico mi porta via ogni vena creativa, ad eccezione dell’amore per la poesia e per l’armonica a bocca. Dopo un anno di legge, appena ne compio venti, senza valigia né un soldo in tasca parto, sola, per Londra. Lì, dopo una serie di lavori di fortuna, mi iscrivo all’ Eynsford College per studiare inglese e mi avventuro tra le compagnie teatrali indipendenti, in particolare la Young Actors Theatre. Tra i fumi di Londra avvengono le mie prime esperienze negli editoriali fashion indie e ottengo un lavoro come modella presso la Make-Up London Academy. Dopo nottate intere passate nei club londinesi per virtuosi della danza, nasce in me la folle idea di un percorso autodidatta nella Danza Jazz. E in una di queste notti, decido di partire di nuovo. Prendo un pullman fino alle bianche scogliere di Dover, e lì mi imbarco per la Francia. Percorro un solitario viaggio da nord a sud; poi vado in Spagna, perseguitata da una sola domanda: chi sono. Arrivo in Portogallo, fino al Santuario di Fátima e lì, finalmente, come un sigillo sul cuore, consacro la mia vocazione. (No, non da suora). Da Attrice. Torno a Roma per formarmi attorialmente nella mia lingua madre. La mattina in Teatro. Il pomeriggio studio. La sera frequento le lezioni di danza. La notte lavoro nei locali per pagarmi quello che faccio di giorno. La Danza mi porta in scena con lo spettacolo tratto dal Macbeth e diretto da Ivan Ristallo, allievo e pupillo di Lindsay Kemp. Studio doppiaggio per un po' e frequento la radio di Giulio Ferretti, che mi da’ un piccolo spazio pomeridiano nel suo palinsesto dove propongo un programma chiamato “radiotramp”. Finalmente mi diplomo presso la Scuola di Recitazione di Isabella del Bianco e Cristiano Censi e porto in scena Nina de Il Gabbiano. Ma la febbre dei treni in corsa torna a visitarmi, e così, dopo Nina, una mattina d’estate prendo un treno per Genova, e poi per Ventimiglia, e poi per Menton e Nizza, e così via fino a Parigi. A Parigi frequento una masterclass in recitazione cinematografica condotta da Charles Weinstein in inglese e francese, di giorno. Di notte lavoro come barlady in un tugùrio che fa il verso al Coyote Ugly. Di pomeriggio studio in una scuola di francese. Nei giorni liberi vado alla ricerca degli scantinati jazz, ben nascosti tra i ventosi boulevards parigini. Spesso mi trovo a dipingere (sempre nel mio modo infantile) sulla riva del fiume, o sui gradini di un palazzo, e mi confronto con i pittori di strada sul senso dell’Arte nel mondo contemporaneo. Non conosco la risposta. Ma la sto cercando disperatamente. Una maledizione per la quale ogni volta che creo una sorta di stabilità devo rimettermi sulla strada torna a visitarmi. E riprendo un treno per Roma, compagni di viaggio sono Kerouac e Céline. A Roma frequento il terzo anno di specializzazione presso Teatro Azione, dove approfondiamo ormai a livello avanzato la conoscenza del Linklater. Valentino Villa, uno dei miei maestri, ci porta in scena con “Peccato che fosse puttana” di John Ford. Un mattino il cielo è azzurro come il mare ed io entro in un teatro a Trastevere, convocata per un provino. In scena mi aspetta un ragazzo con una camicia azzurra impudicamente sbottonata sul petto. Non so come, ma quel colore invade a secchiate le pareti, il pavimento, il sipario e tutto ciò che vedo intorno a me. Ci sfioriamo con le ginocchia, casualmente. E il blu della stanza si fa rosso, così come le mie guance. Inutile dire che ci siamo amati prima sulla scena e poi nella vita. Tutto quello che posso definire la mia Arte, da quell’incontro, è sbocciato come una rosa sotto i caldi raggi della Primavera. Seguono Bonnie in "Hurlyburly - bugie baci bambole bastardi" e Daisy Fay ne "Il Grande Gatsby" di cui io vanto il primo adattamento nazionale per il teatro. Da quella esperienza, sblocco un tassello importante dentro di me ossia quello della poesia e della scrittura scenica. Scrivo un dramma in versi romaneschi che presento in teatro in una versione ridotta. Avvio una fitta produzione di cortometraggi indipendenti che mi portano, poi, a debuttare ufficialmente al cinema interpretando Mara Cagol, la fondatrice delle BR, nel "All the money in the world" di Sir Ridley Scott, che mi insegna trucchi che nessuno in quindici anni mi ha mai rivelato. Il mese dopo comincio la composizione del mio primo album musicale (d'altro canto mio padre era stato un blues-man!) che interrompo per lacune tecniche. Decido così di mettermi a studiare seriamente e comincio il mio percorso nel canto lirico e jazz con Sarah Biacchi, percorso che mi apre occhi e cuore. La prima composizione ufficiale viene poi per due cortometraggi da me diretti durante il primo lockdown del 2020. Ma la regia era già arrivata nella mia vita. Due anni prima, tento di portare in scena Jamaica Inn, un romanzo gotico di Daphne du Maurier, esperienza per la quale Flavio Bucci, il pirata, recita per me una delle sue ultime e inedite performance (in video), mentre Glauco Mauri da' la voce al mio Giorgio IV. Jamaica Inn, dopo mesi e soldi persi, non è ancora andato in scena. E posso senza tante storie definirlo il più grande tormento della mia vita. Nel frattempo vengo scelta come protagonista per un film di Adamo d'Agostino, prodotto da Giuliano Monni e diretto da Efisio Scanu. Giriamo a Napoli. Nel 2020 fondo una società di auto-rappresentanza e produzione artistica. Forse metterò insieme i pezzi, infine. La strada continua a tormentarmi come un fantasma. Io respiro, aspetto, e accolgo i segnali della vita. Senza capirci molto. Nella pittura, alla fine, ho trovato il mio modus operandi….. Dipingi te stesso e i tuoi personaggi. Lascia che colori luminosi esplodano sulla tua stessa carne e scavino ombrosi fendenti. Sii quello che immagini. Immaginati. Immaginati come vuoi essere. Dipingi te stesso sulla tela della tua storia, perché la vita dell'Opera sia molto più vivida di quella della Persona.